Una vita tra le stelle, ma con i piedi per terra
La Piazza di CineCittà, luglio 2003
Una corsa in macchina verso Tivoli, tante domande che si
affollano, risposte rapide e poi una lunga ricerca in un infinito numero
di pagine di internet che parlano di lei, una giovane ottantenne, piena
di energia, di voglia di combattere contro le “ ingiustizie macroscopiche
che esistono nel mondo” perché è il solo modo per sconfiggere il terrorismo,
sviluppando la cooperazione, la solidarietà fra i popoli: parlo con Margherita
Hack mentre si reca in una scuola della cittadina, il liceo scientifico
Spallanzani, per presentare il suo libro, l’ultimo che ha scritto, dal significativo
titolo “Una
vita tra le stelle”.
Con noi l’editore Sante
di Renzo che ha come punto di impegno quello di diffondere la cultura,
quella vera, attraverso i libri che pubblica e che presenta nelle scuole
italiane. “ Si legge così poco- dice- che bisogna fare ogni sforzo per diffondere
il libro, anche quello difficile. Se Maometto non va alla montagna, vada
la montagna da Maometto”.
Margherita Hack è senza dubbio una delle migliori ambasciatrici
del “paese libro”. Sferzante, arguta, ironica. A volte talmente semplice
da apparire disarmante. Guardate come si rivolge ai medici che dicono che
un bambino non può crescere senza carne . “Dico - afferma- che io non ho
mai mangiato carne, perché quando sono nata i miei genitori erano già vegetariani.
Eppure sono stata campione di salto in alto e lungo e ora a più di ottanta
anni faccio 100 chilometri in bicicletta, gioco a pallavolo e non ho mai
avuto malattie serie.”
Solidarietà, cooperazione, pace sono le parole che pronuncia spesso,
fanno parte del suo DNA. Non si poteva che cominciare a parlare partendo
dalla guerra. Si è impegnata a fondo, ha sottoscritto appelli, è intervenuta
in prima persona, ha “usato” i mezzi di comunicazione, per condannare le
guerre, si è chiesta ed ha chiesto, prima di fronte ai bombardamenti in
Afghanistan e poi in Iraq “se la guerra sia lo strumento più efficace per
debellare il terrorismo”. La sua risposta un no netto. “È tempo - dice di
restituire - la parola alla politica e alla diplomazia. Occorrono gesti
e atti politici, parole di pace e di cooperazione per svuotare i serbatoi
di odio”. Non solo, ricorda che “ci sono guerre tribali in tutto il mondo;
ma fa notizia, ci si è preoccupati solo dell’Iraq probabilmente perché questo
paese ha la fortuna o la sfortuna di trovarsi su un mare di petrolio”. La
guerra é stata dichiarata per la necessità di trovare le armi di distruzione
di massa, ma queste armi fino ad ora non sono state trovate”. Ripercorriamo
le diverse tappe attraverso le quali si arrivò alla guerra, ai bombardamenti,
alla distruzione sistematica del territorio. È stata martellante la campagna
sulle armi di distruzione di massa anche quando gli ispettori dell’Onu dicevano
che non stavano trovando niente. “Già - riprende la Hack - la guerra é stata
dichiarata perché bisognava distruggere armi micidiali di cui l’Iraq sarebbe
stata in possesso, perché bisognava colpire il terrorismo, perché Saddam
era una specie di fonte di alimentazione del terrorismo. La realtà è che
le armi di distruzione di massa fino ad ora non sono state trovare , che
il terrorismo ha preso nuova forza, colpendo duramente, che Saddam non si
sa dove sia. È scomparso come Bin Laden”. Torna poi alla questione della
pace. “La pace sulla terra non ci sarà- continua- fino a quando ci sarà
una minoranza della popolazione umana che vive nel lusso, che spreca, che
butta via acqua, cibo, risorse che invece scarseggiano, mentre gli altri,
la grande maggioranza della popolazione del mondo soffre la fame, muore
per fame. Bisogna arrivare a dividere in maniera più equa le risorse del
nostro pianeta. Altrimenti non ci sarà mai veramente pace”. Di nuovo le
parole solidarietà e cooperazione. “Già, la cooperazione, un grande movimento
di persone e di imprese, molto forte anche in Italia, può avere un grande
ruolo. La divisione in maniera più equa delle risorse di cui parlo, la giustizia
sociale, sono le motivazioni di fondo, alla base della nascita delle cooperative,
del concetto stesso di cooperazione”. “Ogni giorno” – sottolinea – “prendiamo
un pugno nello stomaco. Le terribili differenze di tenore di vita fra paesi
industrializzati e il terzo mondo sono il nostro quotidiano pugno nello
stomaco. La tv ci fa vedere bambini macilenti e affamati che all’età di
5 o 6 anni lavorano dieci dodici ora al giorno mentre la pubblicità, sulla
stessa televisione, ci mette in mostra merendine di ogni tipo per i nostri
bambini che crescono con la minaccia dell’obesità. Gli aiuti umanitari sono
una goccia nel mare. Bisogna dare una mano a sviluppare quelle tecnologie
e quelle competenze necessarie per uscire dalla miseria. Il mondo della
cooperazione è fatto di imprese, queste imprese possono essere una risorsa
per lo sviluppo del terzo mondo”. Una risorsa e una speranza. La Hack ,malgrado
il quadro devastante che abbiamo davanti, proprio dalla esperienza maturata
nella sua vita trae la forza della speranza. Vive il periodo fascista, vive
la guerra, ma non dispera mai che le cose possano cambiare, si impegna perché
cambino. Lo scrive lei stessa in una splendida introduzione della “ Vita
tra le stelle”. Quando ricorda che è nata lo stesso anno della marcia su
Roma e dell’inizio della dittatura fascista. “ Sebbene i miei genitori fossero
antifascisti, io desideravo, come i miei compagni, partecipare ai saggi
ginnici, marciare in divisa, insomma giocare ai soldati. La propaganda nazionalista
induceva noi ragazzi a fare il tifo per la patria, così come lo faceva l’Italia
calcistica. Libertà e democrazia erano parole vuote perché non avevamo conosciuto
altro...Divenni appassionatamente antifascista nel 1938 quando con le leggi
razziali applicate in seguito all’alleanza con la Germania scimmiottando
i nazisti, iniziò la persecuzione degli ebrei. Vidi allora, da un giorno
all’altro, cacciare dal liceo tutti i miei compagni di scuola ebrei ed i
miei professori ebrei. Questi episodi mi aprirono gli occhi”. L’antifascismo
sarà la guida morale della sua vita, la speranza appunto. Per questo “il
valore delle memoria” contro i rischi di “un oblio della storia, di una
omologazione dei valori, di una pratica equivalenza fra chi ha agito in
nome di principi di giustizia, libertà, uguaglianza e chi ha combattuto
per una società gerarchizzata e razzista, fra aggrediti e aggressore, fra
oppressi e oppressori.” Ed ecco la speranza, il 25 aprile che “ deve rimanere
il giorno che simboleggia la vittoria dei valori di libertà e uguaglianza
su quelli dell’oppressione e della discriminazione razziale”. “Credo - prosegue
- che una speranza che le cose cambino ci sia perché già oggi c’è una sensibilità
verso i grandi problemi del mondo, le ingiustizie, la questione della divisione
delle risorse. C’è in buona parte della popolazione. Soprattutto da parte
dei giovani c’è una sensibilità maggiore di una volta, ci si comincia a
rendere conto delle grandi ingiustizie che ci sono nella divisione delle
risorse del pianeta e mi auguro che sia pure lentamente le cose cambino”.
Ci avviamo a concludere, il viaggio verso Tivoli sta per terminare.
Una domanda è d’obbligo: la scienza, la cultura quale ruolo possono svolgere?
Anche una provocazione: c’è una responsabilità della scienza nella costruzione
di micidiali e sempre più sofisticate armi da guerra? Parte dalla provocazione:
“Più che degli scienziati la responsabilità é di chi applica la scienza.
La scienza ricerca e indaga la natura ma questa scienza poi deve essere
applicata. C’è la medicina nucleare che é preziosa ma c’è anche la bomba
atomica. Ci sono gli enormi progressi raggiunti attraverso la clonazione
delle cellule staminali però con questa stessa tecnologia si possono creare
anche sotto razze da sfruttare”. “Credo invece – riprende - che il rapporto
tra il mondo della scienza e della cultura e i movimenti che si preoccupano
di migliorare le condizioni dei diseredati sia positivo. Credo proprio che
tra gli scienziati e il mondo della cultura si trovino le persone più sensibili
a questi problemi. Del resto sono gli scienziati e il mondo della cultura
che operano a livello internazionale e ciò facilità la costruzione di un
rapporto positivo, fondamentale per il miglioramento delle condizioni della
popolazione del pianeta”. Il viaggio è concluso. Riapriamo il libro riflettendo
su quante cose si possono apprendere vivendo tra le stelle. “L’astrofisica
e le altre scienze fisiche e biologiche, ormai non soltanto specialistiche
e settoriali interagiranno sempre di più, permettendo scoperte che cambieranno
la stessa umanità, destinata ad una avventura cosmica, che quindi va oltre
la nostra piccola culla terrestre.” Verso le stelle, appunto.